Il commercio equo e solidale aiuta gli agricoltori palestinesi a rimanere nelle proprie terre

11 March 2013

I prodotti palestinesi stanno poco a poco raggiungendo il mercato globale.

I consumatori britannici possono trovare molte varietà di olio di oliva sugli scaffali dei propri negozi, ma una di esse si distingue dalle altre, e non solo per il marchio “Commercio Equo e Solidale” che la contraddistingue; è anche per l’insolita dicitura che compare sull’etichetta: “Prodotto ed imbottigliato in Palestina”. Queste bottiglie di olio d’oliva hanno alle spalle un difficile percorso. Dagli uliveti delle aziende agricole nella Cisgiordania occupata da Israele fino agli scaffali dei supermarket britannici, questi prodotti palestinesi e gli agricoltori che li realizzano affrontano enormi difficoltà ad ogni tappa della filiera di produzione ed esportazione. E, mentre Israele ha un accesso immediato ai mercati mondiali, i contadini palestinesi devono spesso lottare per poter vivere dei frutti delle proprie terre. Ciononostante, attraverso le iniziative di commercio equo e solidale, i prodotti palestinesi stanno poco a poco raggiungendo il mercato globale.

Il Commercio Equo e Solidale, concepito negli anni ’80 come uno strumento di sostegno ai produttori dei paesi in via di sviluppo, fornisce oggi un reddito sostenibile a migliaia di piccoli coltivatori in tutto il mondo a fronte di prezzi ragionevoli.

Questa modalità di scambio è apparsa in Palestina nel 2004, quando un gruppo di agricoltori, esportatori e cooperative palestinesi si sono riuniti a Jenin per costituire l’Associazione Palestinese per il Commercio Equo e Solidale (Palestine Fair Trade Association – PFTA), con l’obiettivo di creare rapporti commerciali a livello mondiale e fornire un reddito stabile agli agricoltori colpiti dalle conseguenze dell’occupazione. Nonostante un’economia in lotta, le limitazioni di movimento da parte israeliana e la riduzione delle terre coltivabili, i coltivatori sono riusciti a lanciare i propri prodotti all’estero a prezzi equi.

Il marchio di Commercio Equo e Solidale è stato riconosciuto per la prima volta nel 2009 all’olio d’oliva palestinese, che è distribuito oggi in più di 17 paesi del mondo intero, ivi compreso il Regno Unito, da ditte quali Equal Exchange e Zaytoun.

“Primi per molti versi”

Secondo Cathi Pawson, co-fondatrice di Zaytoun, ci sono voluti molto tempo e molti documenti per ottenere la certificazione di Commercio Equo e Solidale dei prodotti palestinesi. “Le olive e l’olio equi e solidali sono stati ‘primi’ per molti versi,” ha dichiarato a The Electronic Intifada. “Sono stati i primi tra le olive e l’olio d’oliva equi e solidali, i primi prodotti equi e solidali palestinesi ed i primi da una zona di conflitto”.

“E’ stato per prima cosa necessario far capire agli agricoltori e convincerli ad apprezzare l’importanza per la loro attività di una certificazione – questo processo implica molta documentazione e formazione – e gli enti certificatori si sono trovati di fronte ad una cultura diversa: le cooperative di coltivatori lavorano in modo diverso dai loro omologhi Africani o Latino-americani, ad esempio.“

Svariati prodotti palestinesi portano ora il marchio Equo e Solidale, tra cui datteri, mandorle, pomodori essiccati, cous-cous e vasetti di miscela di spezie zaatar. Circa 1700 coltivatori e produttori della Cisgiordania partecipano ormai all’iniziativa.

Uno di loro, Odeh al-Qadi, di 47 anni, da Mazarea al-Noubani nel nord della Cisgiordania, si è recato recentemente nel Regno Unito nel quadro della Quindicina del Commercio Equo e Solidale. “Senza il Commercio Equo e Solidale, le aziende e gli agricoltori palestinesi non avrebbero accesso ai mercati mondiali” ha dichiarato al-Qadi a The Electronic Intifada nel corso di un evento tenutosi nel Sussex, in Inghilterra.

“Gli Israeliani controllano le esportazioni e ci riconoscono prezzi molto molto bassi, che non rendono remunerativo il commercio verso l’estero. Non abbiamo mai spuntato i prezzi che ci spettano. E’ il motivo per cui il commercio equo, portando i nostri prodotti verso nuovi mercati, è davvero fondamentale.”

Prima di aderire al movimento per un commercio equo, al-Qadi è stato sul punto di abbandonare la sua terra, quando il prezzo dell’olio d’oliva è calato tanto da non garantirgli introiti sostenibili. E’ allora che fu avvicinato da Abu Farha, direttore di Canaan Fair Trade, un’organizzazione con sede nella città di Jenin, in Cisgiordania.

“Il doppio del prezzo di mercato”

“Ci ha offerto il doppio del prezzo di mercato,” dice al-Qadi. “Quando ci fece quest’offerta, noi agricoltori fummo entusiasti di poter vendere il nostro olio d’oliva ad un buon prezzo. Anziché abbandonare la mia terra, ho iniziato a curarla, aumentando così la produzione.”

La terra di Palestina è coltivata da millenni, e l’agricoltura è da sempre un aspetto essenziale della vita palestinese. A parere della Fairtrade Foundation di Londra, “La Palestina è il produttore originario dell’olio d’oliva,” e gli uliveti sono ancora ai nostri giorni coltivati e raccolti secondo gli antichi metodi tradizionali.

“Abbiamo tramandato le terre per centinaia, migliaia d’anni,” ha dichiarato al-Qadi. “Abbiamo degli ulivi chiamati Rumi che esistono dai tempi dell’impero romano, alberi vecchi di 2000, a volte 3000 anni.”

Al-Qadi è aiutato nella sua azienda agricola da sua moglie, due figli, tre figlie e sua madre, di 93 anni. “La terra è passata di padre in figlio in nipote,“ aggiunge. “Secondo un detto arabo ‘Hanno piantato affinchè noi mangiamo, e noi piantiamo affinchè essi mangino.’”

Ma, dopo l’espulsione di migliaia di agricoltori palestinesi dalla loro terra con la Nakba, la pulizia etnica in vista della costituzione dello stato di Israele nel 1948 e poi l’occcupazione militare della Cisgiordania nel 1967, la cura dei terreni è diventata sempre più una sfida.

“L’occupazione ha radicalmente modificato l’aspetto dell’agricoltura palestinese,” sostiene Pawson. “L’accesso alle colture annuali è limitato dalla viabilità riservata agli occupanti, dal muro, dai posti di blocco e dai comportamenti minacciosi ed intimidatori da parte dei coloni illegali. Tutto ciò ha conseguenze drammatiche non soltanto sulla raccolta, ma anche su attività fondamentali come la potatura, il diserbo, l’irrigazione e la manutenzione delle piane.”

“Abbiamo di fronte numerose sfide,” spiega al-Qadi. “Ma il problema più grande che assilla tutti i coltivatori palestinesi è l’inaccessibilità delle risorse idriche. Non possiamo scavare i nostri stessi pozzi per attingere la nostra acqua dal nostro sottosuolo, perché gli Israeliani ce li chiudono e non ci rilasciano i permessi necessari.”

Il muro degli Israeliani in Cisgiordania è uno dei segni più visibili dell’impatto dell’occupazione sull’agricoltura palestinese. Si estende per quasi 700 km attorno e dentro la West Bank, separando molti agricoltori dalle proprie terre. In tutta la Cisgiordania, migliaia di ulivi stanno, abbandonati, dal lato “sbagliato” del muro.

“Il muro attraversa la terra di Palestina, separando le terre dai contadini, i contadini dalle terre e complicando l’accesso ai nostri possedimenti.” Dice al-Qadi. “Gli Israeliani controllano la terra.”

“Ci sono 7,6 milioni di piante di ulivo in Palestina. Più di 2,1 milioni sono inaccessibili agli olivicoltori autoctoni. Questo rappresenta una perdita totale di reddito,” sostiene Manal Abdallah, direttrice della comunicazione di Canaan Fair Trade, anche lei nel Regno Unito per la Quindicina del Commercio Equo. “Se i contadini palestinesi avessero libero accesso alle fonti idriche ed a tutte le loro piante, potrebbero facilmente raddoppiarne la produzione.”

Minacce di sequestro

Benchè la produzione sia bassa, il commercio equo può dare agli agricoltori la stabilità necessaria a fronteggiare le difficoltà quotidiane dell’occupazione.

“Il sequestro delle terre conseguenza dell’occupazione è una minaccia continua per gli olivicoltori, e l’accesso alle proprie piante può essere difficilissimo,” dichiara Senga Gall, direttrice generale di Equal Exchange, un distributore britannico di prodotti del commercio equo e solidale. “Queste restrizioni fanno sì che gran parte del raccolto di olive resti invenduto ogni anno. Il commercio equo facilita l’avvio al mercato, e può fornire un prezioso finanziamento anticipato al momento della raccolta.”

Benchè il commercio equo ha permesso in molti casi di aumentare la produzione, le organizzazioni palestinesi si confrontano ancora con la sfida di esportare le proprie merci nel mondo. Ritardi provocati da Israele fanno spesso sì che le partite non possano essere consegnate in modo affidabile. La Fairtrade Foundation indica che solamente un terzo delle 15.000 tonnellate di olio d’oliva prodotte annualmente in Palestina viene esportato.

“Nel passato abbiamo avuto difficoltà a soddisfare la domanda,“ commenta Pawson. “L’occupazione rende difficile ricevere rapidamente ed affidabilmente quello che serve dal Regno Unito come, ad esempio, nuove etichette per le bottiglie d’olio.”

Ed aggiunge che “Nonostante sulla carta la via dell’export sia ormai collaudata, la consegna di merci ad un porto in una data precisa può slittare in qualsiasi momento per i ‘controlli di sicurezza’”.

A causa delle limitazioni agli spostamenti, le merci palestinesi che lasciano la Cisgiordania devono essere scaricate ai checkpoints israeliani, controllate approfonditamente, per essere poi ricaricate su camion israeliani dall’altra parte. Secondo Oxfam, spesso questa procedura aumenta significativamente ritardi e costi per i produttori, oltre a compromettere la qualità dei beni.

“Capita che i camion impieghino dalle quindici alle venti ore per attraversare un posto di controllo,” ha dichiarato a The Electronic Intifada Rebecca Wynn, Media Coordinator per il Medio Oriente di Oxfam. “Questo può danneggiare pesantemente la qualità dell’olio d’oliva, in quanto l’esposizione diretta ai raggi solari lo deteriora. Le bottiglie vengono frequentemente danneggiate e perdono olio.”

“Ritardi eccessivi, appesantimenti nel trasporto, costi materiali e del lavoro, controlli di sicurezza, indisponibilità di magazzini adeguati e danneggiamenti conseguenti alla manipolazione minano la competitività dei prodotti agricoli palestinesi ed implicano elevati livelli di imprevedibilità in termini di qualità e tempi di consegna,“ precisa Wynn.

“Le limitazioni agli spostamenti rendono la vita e la coltivazione molto più difficoltosa in Palestina che in altri paesi, in aggiunta ai problemi di esportazione e di accesso ai mercati. L’occupazione rende tutto molto più complicato,” ci ha detto Odeh al-Qadi.

Se l’export è difficile dalla Cisgiordania, per i produttori di Gaza il blocco israeliano ha chiuso completamente i mercati esteri. I prodotti di Gaza vennero esportati nell’ambito del Commercio Equo e Solidale fino al 2006, quando il blocco ha reso impossibile anche questo.

“Eravamo fieri di vendere il maftoul [couscous] di Gaza, ma ora l’incatenamento della striscia ce lo impedisce,” sostiene Pawson. “Attualmente Zaytoun importa unicamente dalla Cisgiordania.”

“Resistenza Economica”

Avendo fornito un reddito stabile ed investito sulla comunità, l’iniziativa di commercio equo ha rappresentato, per gli agricoltori come al-Qadi, la possibilità di restare sulle proprie terre. Per molti, anche il solo fatto di rimanere è un gesto di resistenza.

“Il commercio equo ci garantisce un prezzo giusto che ci permette di restare su queste terre e trarre un reddito dalla nostra produzione,” ha detto al-Qadi. “Anziché abbandonare la nostra terra, adesso stiamo mettendola a frutto ed investendo su di essa.”

“Secondo me, il Commercio Equo e Solidale non solo aiuta gli agricoltori ad accedere ai mercati, ma anche, in qualche modo, a resistere all’occupazione,” ha detto Manal Abdallah. “Gli occupanti intendono sradicarci dalla nostra terra. Vogliono deprimere I palestinesi e rendere le loro vite così misere da costringerli ad andarsene.”

“Ma se riescono ad investire e trarne reddito, possono restare e far produrre questa terra,” ha aggiunto. “Ed, in qualche modo, questa è una modalità pacifica per resistere all’occupazione, una sorta di resistenza economica.”

Grazie all’aumento dei ricavi ottenuto da al-Qadi vendendo il suo olio ad un prezzo più equo, egli ha potuto costruire una casa più grande per la sua famiglia e mantenere suo figlio all’università. In più, il premio del commercio equo, una somma versata ai produttori per finanziare progetti di sviluppo sociale, ha consentito ai soci di cooperative di investire nella propria comunità locale.

“L’altro anno, con il premio abbiamo potuto acquistare attrezzi agricoli per tutti i coltivatori di questo territorio, oltre a costruire una nuova moschea nel villaggio.”

Solidarietà

Mentre i prodotti palestinesi sono ancora una novità per i mercati di massa, essi si trovano sempre più facilmente nei supermarket. Attraverso il commercio equo, i consumatori di tutto il mondo possono così mostrarsi solidali con gli agricoltori palestinesi.

Aggiunge Senga Gall di Equal Exchange: “Trattiamo prodotti palestinesi perchè abbiamo sempre avuto come missione di sostenere alcuni tra i piccoli coltivatori più marginalizzati e svantaggiati del pianeta, e rendere accessibile ai loro prodotti il mercato del Regno Unito. Parlando con gli agricoltori palestinesi, non è solo il sostegno alla vendita ed agli investimenti a fare la differenza, ma il senso di solidarietà ed appoggio che sentono di ricevere dalla comunità del Commercio Equo e Solidale.”

Pawson racconta che “Molte volte, quando portiamo nuovi visitatori nei nostri viaggi in Palestina, essi chiedono ai coltivatori: ‘Come possiamo aiutarvi?’ E gli agricoltori rispondono immancabilmente: ‘Raccontate la nostra storia. Non lasciateci isolati. Riportate tutto ciò che avete visto, sentito e vissuto ai vostri amici e famigliari.’”

“E’ importantissimo che la gente qui nel Regno Unito come nel resto del mondo compri olio d’oliva palestinese,“ ha detto al-Qadi al pubblico del Sussex. “Rispetto ed apprezzo ogni centesimo speso per acquistare questo olio, perché aiuta gli agricoltori della Palestina a rimanere sulla loro terra, nonostante le sfide e le difficoltà tra le quali viviamo. Il vostro sostegno significa per noi poter vivere sulla nostra terra con dignità.”

 

Emily Lawrence è una scrittrice independente, attualmente residente nel Regno Unito. Potete seguirla su Twitter  HYPERLINK "https://twitter.com/EmilyWarda" @EmilyWarda

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