Ora l’Arca di Gaza si appresta a sfidare Israele

di Eva Bartlett

Palestinian fishers are hit hard by the Israeli blockade on Gaza. Credit: Emad Badwan/IPS.IPS News

I pescatori palestinesi sono colpiti duramente dal blocco israeliano su gaza. Crediti: Emad Badwan/IPS.

GAZA CITY, 27 Marzo 2013 (IPS) – “Letteralmente, un’arca è una grande imbarcazione galleggiante progettata per portare in salvo i suoi passeggeri ed il suo carico,” dice il gruppo che sta preparando ‘l’Arca di Gaza’. Ma la loro arca, dicono, è “un’imbarcazione che incarna la speranza che i Palestinesi della Striscia di Gaza possano presto vivere in pace senza la spada di Damocle del blocco israeliano.”

L’Arca di Gaza, un’iniziativa di Palestinesi di Gaza ed attivisti internazionali della solidarietà, prevede “l’acquisto di un’imbarcazione da ristrutturare da una famiglia di pescatori locali,” ci dice Michael Coleman, membro di Free Gaza Australia e del Comitato Direttivo dell’Arca di Gaza.

“Il ripristino sarà effettuato da Palestinesi nel porto di Gaza, e la navigazione avverrà con un equipaggio misto di Palestinesi ed internazionali,” dice David Heap, portavoce di Gaza’s Ark per Canada ed Europa. La data del varo non è stata ancora resa nota.

Indicando un motopeschereccio logoro con una scritta “vendesi” pitturata sopra, Mahfouz Kabariti, presidente dell’Associazione Pesca e Sport Nautici di Gaza, parla della povertà dei pescatori.

“Perchè vendere?” chiede. “Dopo anni di bassi redditi dovuti alle limitazioni marittime di Israele, molti pescatori si ritrovano schiacciati da debiti che non riescono a rimborsare. I pescatori hanno accolto con ottimismo l’annuncio che Israele avrebbe nuovamente esteso il limite della pesca alle sei miglia. Sperammo che forse sarebbe stato portato fino alle dodici miglia.”

Con l’iniziativa dell’Arca si prevede di esportare un carico simbolico di merci prodotte da artigiani palestinesi, un gesto che Coleman ammette essere “simbolico” ma necessario. Le esportazioni comprenderanno prodotti a base di datteri, lavori di ricamo, manufatti dell’azienda Atfaluna per I bambini sordi e di altre associazioni Gazawi.

“Gaza era la capitale economica della Palestina fino a non più di dieci anni fa. La sua economia è stata lentamente strangolata al punto che oggi circa l’80 % della popolazione sopravvive solo grazie agli aiuti per le esigenze primarie, come cibo, alloggio, cure mediche essenziali,“ dice Coleman.

Del Comitato Direttivo dell’Arca di Gaza fanno parte soprattutto stimati medici, studiosi ed attivisti per i diritti umani di Gaza. Tra i sostenitori internazionali si contano, in particolare, l’Arcivescovo Desmond Tutu, diversi ex ed attuali parlamentari britannici e canadesi, due ex assistenti del Segretario Generale delle Nazioni Unite oltre ad Hedy Epstein e Suzanne Weiss, entrambe sopravvissute all’Olocausto.

“Quella palestinese è una questione politica estremamente sensibile. E’ presente dappertutto una lobby sionista molto forte,” dice Coleman. ”Questo è un autentico progetto di società civile, non riceviamo denaro dai governi.”

Dal 2008, navi della solidarietà hanno navigato tentando di raggiungere la striscia con l’intento di sfidare l’assedio a Gaza posto da Israele e portare quest’ultimo alla ribalta. Le imbarcazioni di Free Gaza del 2008-2009 sono state seguite dalla Freedom Flotilla del 2010 [poi del 2011 e 2012, NdT] e da diversi tentativi nonviolenti successivi di porre fine al blocco navale di Gaza.

La Freedom Flotilla è conosciuta soprattutto per l’uccisione da parte di un commando navale israeliano di nove attivisti della flotilla ed il ferimento di più di cinquanta passeggeri a bordo della nave turca Mavi Marmara in acque internazionali. Gli altri imbarcati (più di 600 persone) furono sequestrate in Israele e deportate verso i propri paesi.

“Fu un atto totalmente illegale, Israele non aveva nessun diritto di assalire la nave,” aggiunge Coleman.

“Lo stesso argomento vale per come hanno fermato la Freedom Flotilla 2, l’iniziativa Freedom Waves (Onde di Libertà) e l’Estelle, che ha salpato nel 2012,” dice. “Israele ha una lunga tradizione nel colpire con la violenza ed il sabotaggio qualsiasi azione diretta pacifica e nonviolenta.”

“L’Arca di Gaza è l’evoluzione del movimento delle flotilla. Ci siamo discostati dal trasportare aiuti verso Gaza via mare,” sostiene Coleman. “Adesso ci concentriamo sul navigare con merci verso l’esterno, perché è evidente che se i Palestinesi potessero commerciare liberamente la loro dipendenza dagli aiuti diminuirebbe significativamente.”

Nel sito dell’Arca si sottolinea la necessità per Gaza di poter commerciare, lo slogan essendo “commercio, non aiuti.”

Gli aiuti, viene notato sul sito web, “non contrastano alla radice le cause dei bisogni dei Palestinesi di Gaza: il blocco israeliano. Crediamo, invece, che gli aiuti forniscano una ‘copertura’ alle azioni del governo israeliano contro la popolazione Gazawi, sollevando le coscienze delle potenze internazionali mentre il blocco permane.”

L’obiettivo dell’iniziativa dell’Arca di Gaza è sfidare “il blocco di Gaza dall’interno verso l’esterno. Acquistando prodotti di esportazione da Gaza, gli acquirenti di tutto il mondo possono portare il blocco su Gaza all’attenzione dell’opinione pubblica. Oltre ad andare incontro a questa fondamentale necessità, sosterranno così il sistema produttivo palestinese della striscia di Gaza,” si legge sul website dell’Arca.

L’assedio su Gaza, messo in atto dalle forze di occupazione israeliane poco dopo che Hamas fu democraticamente eletto nel 2006, è stato inasprito nel 2007, quando virtualmente tutte le esportazioni furono bandite e le importazioni drasticamente limitate.

L’Al Mezan Center for Human Rights (Centro Al Mezan per I Diritti Umani) nota che “accade comunemente che la marina israeliana faccia fuoco sui pescatori, si accanisca su di loro nelle acque di Gaza, distrugga e sequestri le loro attrezzature, ivi comprese le reti e le barche. Questi atti costituiscono palesi violazioni degli obblighi di Israele dettati dalle leggi internazionali in quanto potenza occupante, oltre ad infrangere i diritti dei pescatori a vivere ed a lavorare.”

Una volta i pescatori a Gaza erano più di 10.000, ma, a seguito degli attacchi e dell’assedio israeliano, la grande maggioranza ha abbandonato un’attività tramandata da generazioni.

“Una generazione di pescatori si sta trasformando in pescivendoli, che commerciano pesce proveniente dall’Egitto. A sole nove miglia dalla costa vi sono grandi quantità di pesce. Dovrebbero giungere a bordo di pescherecci, non di camion,” soggiunge Coleman.

Con l’assedio, Israele ha anche imposto “no-go zones” zone di non accesso lungo la linea verde che segna il confine tra Gaza ed Israele e nel mare prospiciente la striscia, in cui i Palestinesi, secondo gli accordi di Oslo, avrebbero il diritto di pescare fino a 20 miglia nautiche dalla costa.

Dal 2008, Israele ha stabilito unilateralmente un limite tra le tre e le sei miglia. Nonostante le autorità israeliane abbiano esteso questo limite a sei miglia una volta cessati gli attacchi israeliani su Gaza di novembre 2012, a marzo del 2013 Israele ha dichiarato unilateralmente che, nuovamente, i Palestinesi non possono oltrepassare le tre miglia.

I pescatori ed i gruppi per la difesa dei diritti umani riferiscono che la marina israeliana spara, molesta e sequestra i pescatori palestinesi anche entro le tre miglia, a volte addirittura a meno di un miglio dalla costa. La marina israeliana ha ucciso e ferito numerosi pescatori sparando alle loro barche.

“Il blocco è un’atto di punizione collettiva, bandita dalla Quarta Convenzione di Ginevra,” dice Coleman.

“Dobbiamo continuare ad opporci al blocco, ma in modi nuovi e creativi,” dice invece David Heap.

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