Le scuse da Israele hanno poco significato per le famiglie dei nove passeggeri assassinati

Le famiglie dei nove passeggeri assassinati sulla Freedom Flotilla in rotta verso Gaza chiedono che il blocco israeliano su Gaza venga tolto

di Ann Wright

Rappresentanti dell’IHH, l’organizzazione umanitaria internazionale che organizzò l’imbarco dei passeggeri sulla Mavi Marmara, per la Freedom Flotilla verso Gaza nel 2010, hanno dichiarato all’autore che le famiglie delle nove vittime del commando delle forze di difesa israeliane del 31 Maggio 2010 ritengono che le “scuse” del governo israeliano al governo turco significhino ben poco finchè lo stesso governo israeliano non toglierà il blocco.

I loro cari sono stati uccisi durante una missione non violenta di sfida al blocco navale israeliano su Gaza, e le famiglie ritengono che nè le scuse del governo israeliano, nè l’offerta di risarcimento per la morte dei loro parenti possa far ritenere assolto il loro proposito: solo la fine del blocco su Gaza darà pace ai loro defunti.

I rappresentanti dell’IHH hanno anche riferito che l’azione legale adita presso l’Alta Corte Criminale di Istanbul il 29 Maggio 2012 contro quattro alti funzionari militari e dell’intelligence del governo israeliano proseguirà. Alcuni dei testimoni hanno reso le loro deposizioni nelle udienze di Novembre 2012 e Febbraio 2013. Una terza seduta per l’ascolto dei restanti testimoni è prevista per Maggio 2013.

Sui quattro imputati, l’ex capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, il comandante delle forze navali israeliane, il direttore dei servizi segreti dell’aeronautica militare israeliana, il responsabile della direzione dell’intelligence militare dell’IDF, pendono le accuse di omicidio volontario, tentato omicidio volontario, lesioni gravi volontarie al corpo o alla salute, saccheggio, dirottamento o sequestro di imbarcazione, danneggiamento volontario dell’altrui proprietà, istigazione a commettere crimini violenti.

Delle scuse di carattere politico da parte del governo israeliano al governo di Ankara non possono arrestare un procedimento giudiziario in corso presso un tribunale turco, sostengono i rappresentanti dell’IHH. Il presidente turco non può costringere i giudici a chiudere il caso. Ciò costituirebbe una violazione della legge turca, aggiungono.

La prima denuncia dell’attacco israeliano è stata presentata il 14 Ottobre 2010 di fronte al Tribunale Criminale Internazionale (ICC).

Il commando israeliano ha assassinato otto cittadini turchi ed uno americano. Mentre il presidente Obama ha recentemente convinto il premier israeliano Netanyahu a scusarsi con il governo turco per la morte dei suoi cittadini, non sembra aver richiesto scuse pubbliche per l’uccisione del cittadino americano, il diciannovenne Furkan Dogan.

photo Furkan DoganCosì come il presidente Obama non ha autorizzato nessun’indagine del governo statunitense sulla morte di Furkan; anzi, l’amministrazione Obama rese noto nel 2010 che aveva fiducia nell’indagine condotta dal governo israeliano, indagine a proposito della quale quasi tre anni dopo il primo ministro israeliano in persona ha rivelato che essa ha evidenziato “errori operativi” nella conduzione del raid sulle sei navi della Freedom Flotilla per Gaza.

E’ chiaro che il presidente Obama è perfettamente  consapevole che il cittadino americano Furkan Dogan è stato giustiziato da breve distanza dai commando israeliani, dato che il presidente turco Erdogan, poco tempo dopo l’attacco alla flotilla, gli mostrò delle foto scattate all’obitorio di Istanbul, che mostravano il corpo di Furkan con le ferite mortali alla testa. I commando israeliani hanno sparato a Furkan cinque volte da distanza ravvicinata. Sembra che Obama abbia velocemente distolto lo sguardo dall’immagine che mostra la ferita da arma da fuoco sul volto di Furkan.

Nei mesi successivi all’attacco nel 2010, pare che il presidente Erdogan abbia mostrato le foto di alcuni dei passeggeri assassinati a diversi capi di stato, compreso il presidente del consiglio italiano Berlusconi, per fugare qualsiasi dubbio che i commando israeliani avessero giustiziato i passeggeri da breve distanza.

Oggi, quasi tre anni dopo, sappiamo da documenti governativi USA ottenuti dal Centro per i Diritti Costituzionali attraverso una richiesta di Atto di Libertà d’Informazione (FOIA), che il Dipartimento di Stato americano e l’ambasciata USA a Tel Aviv erano in frequente contatto con il governo israeliano riguardo la flotilla prima, durante e dopo l’attacco israeliano alle navi.

“Avendo saputo che cittadini americani (“Amcits”) avrebbero partecipato nel Maggio 2010 alla Flotilla, alcuni funzionari del Dipartimento di Stato manifestarono la preoccupazione che gli Americani potessero essere feriti o, per lo meno, fermati dalle forze israeliane. Nonostante ciò, non è stato pubblicato nessun documento che comprovi eventuali discussioni ad alto livello circa la necessità di proteggere i partecipanti o di incentivare l’invio di aiuti o il commercio a Gaza. Al contrario, nonostante fossero stati informati dagli organizzatori circa gli scopi umanitari nonviolenti della loro iniziativa, i documenti resi pubblici evidenziano come i funzionari americani rimproverassero ai partecipanti di ‘mettere a rischio se stessi’ anziché impegnarsi per ridurre questo rischio, a causa di un attacco israeliano”.

http://ccrjustice.org/files/US_Passengers_Production_Guide.pdf

I rappresentanti dell’IHH hanno anche riferito che una proposta di risarcimento è stata fatta da Israele alle sole famiglie delle vittime, non ai feriti per mano del commando israeliano. Un passeggero è rimasto in coma per quasi tre anni e molti degli altri feriti gravi soffrono tuttora per le conseguenze delle ferite da pallottole. Alcuni di questi provengono da paesi diversi dalla Turchia, e nessuna scusa è stata presentata da Israele né a loro, né ai rispettivi governi.

Qualcuno potrà sorprendersi per le “scuse” israeliane, visto che virtualmente Israele non si è mai “scusata” per alcuna delle sue azioni. Questo può indurre a ritenere che delle “scuse” e il riconoscimento di “errori operativi” sono comunque meglio del silenzio da parte del governo israeliano.

Resta il fatto che i passeggeri della flotilla non si sono imbarcati per il viaggio verso Gaza in cerca di gratifiche personali. L’hanno fatto con il fine di porre all’attenzione generale la criticità della situazione dei Palestinesi.

Quando i Palestinesi vengono uccisi di continuo in Cisgiordania ed a Gaza dalle forze armate israeliane (IDF), quando i Palestinesi sono assoggettati a posti di controllo inumani ed ai muri dell’apartheid, quando il blocco di Gaza permane e quando Israele attacca impunemente Gaza come ha fatto nel 2009, uccidendo 1400 Palestinesi, e nel 2012 uccidendone più di 300, allora consentire ad Israele di non essere perseguito sulla base dei suoi crimini per le “scuse” per nove assassini sulla Mavi Marmara significa sostanzialmente fornire al governo israeliano carta bianca per proseguire nelle proprie politiche di oppressione, occupazione, imprigionamento e blocco di Gaza, della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e per l’assassinio dei Palestinesi.

Se uno qualsiasi di questi atti fosse stato commesso da qualunque paese al mondo, gli Stati uniti gli avrebbero ritirato ogni aiuto militare ed economico. Ecco invece che, tre anni dopo, il governo di Israele se la cava con delle semplici “scuse”. Questo non è giusto, e virtualmente tutti nel mondo, tranne il governo degli Stati uniti, lo sanno.

Mano nella mano con i Palestinesi, attivisti di tutti i paesi continueranno a sfidare le inumane azioni di Israele contro i Palestinesi di Gaza, della Cisgiordania, di Gerusalemme.

La prossima sfida al blocco navale di Gaza sarà l’Arca di Gaza, che tenterà di rompere l’assedio israeliano trasportando via mare prodotti di esportazione da Gaza (www.gazaark.org).

Note sull’autore: Ann Wright ha trascorso 29 anni nell’esercito statunitense (US Army/Army Reserves) ed è andata in pensione con il grado di colonnello. E’ stata diplomatico degli Stati uniti per 16 anni e si è dimessa nel 2003 essendo contraria alla guerra in Iraq. Si è recata a Gaza tre volte nel 2009, ha contribuito ad organizzare la Marcia della Libertà di Gaza (Gaza Freedom March) del 2009 ed è stata passeggera delle Gaza Freedom Flotilla nel 2010 e 2011. E’ stata tra gli organizzatori della US Boat to Gaza, la Audacity of Hope, ed è uno degli organizzatori della campagna statunitense dell’Arca di Gaza. E’ stata testimone all’udienza di Novembre 2012 presso il Tribunale Criminale di Istanbul, durante la quale I passeggeri hanno deposto sotto giuramento, descrivendo l’attacco del 2010 da parte dell’IDF alla Mavi Marmara ed al Challenger 1.

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