L’attacco all’Arca di Gaza: ne parla Charlie Andreasson

Charlie Andreasson – attivista di ShiptoGaza Sweden, partner della Freedom Flotilla Coalition – segue attivamente il progetto Gaza's Ark presso il porto di Gaza City. Ci ha inviato le sue riflessioni sull'attentato all'Arca.  

Gaza – Palestina – 4 maggio 2014 

Più di un anno di lavoro, e la barca che abbiamo realizzato per rompere l'assedio giace là, adagiata sul fondo del porto. Per me otto mesi a Gaza – più uno in Egitto, lottando con le autorità per ottenere il permesso di poter arrivare a Gaza – e poi trovarmi qui sul molo, poche settimane prima di salpare per l'Europa, a osservare tale devastazioneHo deciso di lasciare il mio lavoro, seguire la mia coscienza e fare ciò che posso per queste persone alle quali, per il semplice fatto di essere Palestinesi, di essere nati in questo luogo, viene negato ogni diritto umano. 

Due cariche esplosive, due squarci al di sotto della linea di galleggiamento. Un chiaro dato di fatto. Ma l'attenzione da parte dei media è, come al solito, quasi inesistente: gli abusi contro questa gente, contro i Palestinesi, possono tranquillamente continuare. Sono loro, i Palestinesi, che si rivolgono a me per esprimere vicinanza, dicono che dio mi compenserà per questo dolore, come se questo ennesimo attacco riguardasse me, non loro. 
Sono triste perchè non possiamo portare a termine ciò che avevamo promesso, non nel tempo previsto. 
Dobbiamo fare il possibile per cancellare questo blocco inumano ed illegale. Se vogliamo vivere in tranquillità e offrire sicurezza ai nostri figli, non possiamo permettere un mondo in cui qualcuno possa essere privato dei diritti umani a seconda della propria etnia, un mondo in cui qualcuno possa sparare impunemente a pescatori e contadini. Non solo perchè tutto ciò è decisamente contrario al diritto internazionale, ma sicuramente non è il modo adatto per garantire la sicurezza, ma al contrario, un modo per creare insicurezza. 
Dobbiamo cercare di riparare quanto è stato distrutto, e continuare a sfidare il blocco, fino a quando non sarà abolito per sempre. 
Non posso neanche pensare di aver buttato via il mio tempo qui a Gaza e aver rinunciato al mio lavoro a casa, senza aver realizzato nulla. Prima di tutto per coloro che sono vittime di questo stato di cose, anche se sono loro che cercano di consolare me.
 

operazioni di alaggio dell'Arca di Gaza per procedere alle riparazioni dopo l'attentato

Sono rimasto impressionato dalla partecipazione e dall'aiuto che abbiamo avuto da pescatori, polizia, sommozzatori e vigili del fuoco, il giorno in cui abbiamo trainato l'Arca da una parte all'altra del porto – con l'acqua che arrivava fin sopra il ponte – per portarla a secco nella zona destinata alle imbarcazioni da riparare e revisionare. E' stata necessaria un'intera giornata; durante le operazioni, iniziate sin dalla mattina, qualche cavo ha ceduto e si è strappato, ma metro dopo metro, decimetro dopo decimetro, la barca avanzava. Stavamo strappandola all'acqua. Cominciava a calare il buio, ma gli spettatori lungo la banchina non facevano cenno di andarsene; poi, dal nulla, sono sbucati due camion dei pompieri, squarciando l'oscurità con i loro fanali. Finalmente la barca è fuori; sono evidenti due squarci sul lato sinistro, ampiamente al di sotto della linea di galleggiamento. La polizia delimita l'area, riservandola alle operazioni di investigazione e ricerca di indizi. 

Dentro di me si accavallano le domande, cercando risposte. L'Arca potrà essere riparata? Quanto tempo sarà necessario? Quanto verrà a costare? Riusciremo mai a partire da Gaza? Non mi chiedo chi possa esserci dietro il sabotaggio, non fa molta differenza. Potrebbero esserci altre esplosioni: i media non se ne curerebbero comunque granchè. 

Ma possiamo tranquillamente voltare le spalle e disinteressarci di questi attacchi ai diritti umani? Possiamo andare allegramente a pescare sapendo che a Gaza i pescatori subiscono quotidianamente il pericolo di esser fatti segno di colpi di arma da fuoco e temono costantemente di veder confiscate le loro barche? Possiamo piantare nuovi fiori nei nostri giardini senza dedicare un pensiero ai contadini a Gaza che vengono colpiti mentre lavorano alla semina? Potremo mai sentirci al sicuro se lasciamo che una delle nazioni più armate al mondo possa continuare ad occupare la terra di un altro popolo e a violare le convenzioni internazionali, solo in virtù della propria forza militare?

Come possiamo credere alla menzogna che le esportazioni da Gaza costituiscano una minaccia per il potere occupante, per il suo esercito e la sua popolazione civile? Se vogliamo guardarci allo specchio senza provare vergogna, dobbiamo riparare l'Arca, dobbiamo salpare per rompere l'assedio trasportando non solo miele, olio di oliva e tappeti, ma anche solidarietà e dignità umana. Un'azione che per loro – chiunque essi siano – costituisce una tale terribile minaccia al punto da essere disposti ad affondare una barca. 

 

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